
Le modelle di Rodarte, che hanno sfilato sotto la pioggia mentre il pubblico si riparava sotto gli ombrelli, New York, 9 settembre 2018
(Charles Sykes/Invision/AP)
È stata una Settimana di “alti e bassi”, come ha scritto la rivista di moda Business of Fashion (BoF): nessuna collezione ha stupito più di tanto la stampa e molte si sono rivelate un po’ «banali» – come quella di Tom Ford, sempre secondo BoF – già viste – come quella di Alexander Wang, definita «cocciutamente dimessa» dal New York Times– o poco incisive sul presente. Ha fatto eccezione la collezione di intimo Savage X Fenty disegnata da Rihanna, di cui si è parlato non tanto per i capi quanto per le modelle che li indossavano, perché avevano corpi tutti diversi tra loro: bianchi, neri, asiatici, grassi, magri, muscolosi, ricoperti da cicatrici e smagliature e due col pancione in evidenza.

Si è parlato molto della festa per i 50 anni del marchio Ralph Lauren, infarcita di celebrità come un po’ tutte le passerelle (come vedrete sfogliando le foto di chi c’era alle sfilate): un punto di partenza per recuperare l’attenzione dopo la crisi di vendite degli ultimi anni. Raf Simons, direttore creativo di Calvin Klein, ha proseguito quella che qualcuno descrive come una “ridefinizione della cultura pop americana”, con atmosfere distopiche e inquietanti. Il tema di fondo era il film Lo squalo, con modelle che indossavano magliette con scene dal film, tute da sub e gonne plissettate con grandi morsi. Anche altre sfilate erano pervase da un senso di pericolo e allerta e, ha fatto notare Simon Chilvers sul Guardian, moltissimi modelli indossavano giacche da lavoro e tute protettive.
A questo giro non si è vista la rivoluzione in corso dello streetwear – cioè lo stile della strada arrivato anche sulle passerelle – e delle sottoculture: «a New York la moda si trova in un posto strano: spaccata tra i vecchi nomi che hanno plasmato i vestiti del periodo d’oro di Wall Street (sia il film che tutto quel che rappresentava) e i nuovi, che vogliono buttare giù tutto», ha spiegato Vanessa Friedman sul New York Times. Un cambiamento comunque si è visto, anche se graduale: le sfilate più attese non erano quelle dei marchi più famosi, ma dei meno celebri Pyer Moss, Eckhaus Latta, Telfar and Vaquera.